VAL DI MELLO
- Licia Bologna
- 20 giu
- Tempo di lettura: 4 min

Benvenuti in un angolo di paradiso!
Istituita nel 2009, la Riserva Naturale della Val di Mello risulta essere l'area protetta più vasta della Lombardia e un posto sicuramente da non perdere in Valtellina! Caratterizzata da un fondovalle pressoché pianeggiante e quindi alla portata di tutti, poco dopo l'ingresso alla riserva si raggiunge lo splendido laghetto Qualido e il celeberrimo "Bidet della Contessa" (BÙRGÙN in dialetto valtellinese) caratterizzato da acque cristalline. Proseguendo, si incontrano meravigliose cascate che scendono dalle numerose valle laterali e le caratteristiche baite.Durante il percorso, la vista rimane sempre appagata dal Monte Disgrazia e dai suoi 3.678 m di eleganza.
Val di Mello, la "Piccola Yosemite"
La Val di Mello con le sue alte pareti granitiche e i massi erratici si è guadagnata l'appellativo di "Piccola Yosemite" per le somiglianze storiche e naturalistiche con il noto parco californiano ed una meta imperdibile per gli appassionati di arrampicata.
Se si potesse spendere una sola parola per definire la Val di Mello, quella parola non potrebbe che essere “paradiso”. Un fondovalle pressoché pianeggiante che non richiede sforzi per essere percorso. Cascate che scendono a destra e a sinistra dalle numerosissime valli laterali. Un torrente che si allarga a un tratto in una pozza al cui centro sta un enorme masso. Alberi e prati che salgono a lambire pareti arrotondate di roccia grigia, che sembra quasi una colata metallica, attraversata da profonde crepe o da bianche vene che costituiscono per gli scalatori linee di salita privilegiate. E ancora baite che si confondono con i blocchi caratteristici spruzzati sui prati con insuperabile casualità. Aggiungete una fortunata esposizione al sole e il magnifico effetto che fa al suo termine il Monte Disgrazia con i suoi 3678 metri di eleganza che gli valsero il nome di Pizzo Bello.
La storia umana di questa vallata è davvero singolare: pascolo in prevalenza appartenente agli agricoltori della borgata di Mello, paese posto a mezzacosta sul versante retico della Valtellina, è stata per anni attraversata dagli alpinisti diretti verso le alte cime che la sovrastano e il cui accesso è reso più comodo dalla presenza del Rifugio Allievi-Bonacossa e del Bivacco Manzi, senza che, fino agli anni ’70 del XX secolo, degnassero di uno sguardo, che non fosse semplicemente contemplativo, le pareti che si innalzano anche per 500 metri dal fondovalle. La sua scoperta avvenne per merito di giovani arrampicatori, che, complice il vento di novità che aveva preso in quegli anni a soffiare sulle rocce, si avventurarono su per quelle placche dall’apparenza quasi inscalabili. Per merito del gruppo milanese che aveva il suo leader in Ivan Guerini e dei sassisti di Sondrio nacquero le prime vie di settimo grado delle Alpi Centrali, quasi tutte caratterizzate da nomi evocativi e affascinanti che all’epoca fecero gridare allo scandalo.
Ma insieme al desiderio di scalare, anzi proprio da quello, nacque la consapevolezza che per la sua natura fragile, per il rischio sovraffollamento, per il desiderio di arrivare con le auto fin dove si può, per un malinteso desiderio di sicurezza che porta alla costruzione di opere di protezione più invasive dell’eventuale danno a cui vogliono porre rimedio, oltre che per la necessità atavica di sfruttare le risorse naturali del luogo, la Val di Mello era esposta a troppi attacchi diversi per potersi difendere da sola.
Intanto la notorietà della Valle superava i confini italiani e alcune delle sue vie diventavano mete di pellegrinaggio di scalatori prima italiani e poi provenienti da tutto il mondo, molti dei quali diedero nuovo impulso alla ricerca di nuovi percorsi, creando vie sempre più difficili e sempre più belle, in una sfida che riamane aperta a nuovi contributi.
LA RISERVASono stati gli scalatori a spendersi in prima fila e con lungimiranza perché il loro “terreno di gioco” venisse preservato. Erano gli anni in cui si cominciavano a raccogliere i frutti della predicazione di Antonio Cederna, il vero pioniere della difesa del territorio italiano, ma la strada da percorrere era ancora lunga e piena di mediazioni. La più complessa delle quali aveva come oggetto il diritto di quanti (agricoltori “melat” e cavatori di granito) traevano il loro sostentamento dalla valle e vedevano un intervento legislativo volto alla sua difesa come l’ennesima complicazione in una lotta secolare per strappare il loro sostentamento a una natura avara. La mediazione è stata lunga e complessa, ma si è rivelata fruttuosa. Così, quando nel gennaio del 2009 la Regione Lombardia ha posto sotto tutela questo paradiso, la storia della Valle ha imboccato un percorso in cui quanti amano questo lembo di territorio hanno davvero visto il compiersi di un cammino.
La valle è da allora un’unica riserva naturale che la ingloba completamente, spingendosi fino alle vette che la circondano. Al suo interno è protetta da una Riserva Naturale Orientata, mentre un’area del suo versante idrografico sinistro, nei pressi del suo sbocco, è tutelata come Riserva Naturale Integrale, il massimo della tutela: in quell’area è perfino inibito l’accesso alle persone.
Ma la Valle il cui fragile equilibrio è affidato, oltre alla opportuna tutela della legge, alla grazia e all’intelligenza di quanti la frequentano, è soprattutto un luogo magico. La potete apprezzare in ogni stagione: provate a visitarla con le ciaspole in inverno, in un giorno infrasettimanale di autunno, o quando all’inizio della primavera le pareti si scrollano di dosso la neve e riporterete delle sensazioni indimenticabili.
